violenza di genere

La violenza di genere diventa mezzo perverso di comunicazione tra carnefice e vittima

La violenza di genere è una forma di violenza esercitata sistematicamente sulla donna per mano di un uomo. I suoi estremi epiloghi possono essere la schiavitù e il femminicidio.

Il termine “schiavitù” può sembrare una parola forte, ma non dobbiamo pensare che la schiavitù sia solo quella che subivano i neri d’America nel XIX secolo quando venivano frustati nelle piantagioni di cotone. Schiavitù è anche quella che oggi, nella nostra “civile” società occidentale, viene perpetrata da uomini nei confronti di donne.

Il concetto di schiavitù

Una restrizione della libertà individuale spesso psicologica, ma talvolta anche fisica, che riduce la donna al silenzio e alla sottomissione.

femminicidio3 Violenza di genere, un identikit psicologico
Il maltrattamento

L’intento è quello di annullare l’identità della vittima riducendola all’assoggettamento, esercitando la violenza sotto forma fisica, psicologica, sessuale ed economica.

Il maltrattamento è subdolo, inizia con una fase detta di origine, di pseudo normalità, caratterizzata da increscente tensione reciproca. La donna si mostra accondiscendente, rafforzando però nell’uomo la convinzione del suo diritto alla violenza.

Si passa poi alla fase attiva, l’aggressività si manifesta in tutte le sue forme, la vittima non reagisce per timore di un peggioramento della situazione.

La terza fase è la più subdola, è quella della contrizione amorosa, il carnefice si mostra mite, dispiaciuto, chiede scusa, le offre un fiore, la donna gli crede, lo perdona, “…forse è stato solo un momento..”, lo riabilita nel suo cuore.

Ma la disillusione arriva puntuale, si è trattato solo di una manovra manipolatoria. Si riavvia un nuovo ciclo che riparte dalla prima fase.

Una ciclicità perversa

La ciclicità del comportamento maltrattante porta la vittima a sottovalutare la fase violenta e a non riconoscere quanto in sé il modello sia perverso. “Ma perché succede tutto questo?” È il quesito che tutti ci poniamo.

I fattori che entrano in gioco sono molteplici, ma tutti possono rientrare in tre principali cause: la personalità del carnefice, la personalità della vittima e i fattori socioculturali che ruotano attorno ad esse. Basta che uno di questi fattori manchi e la violenza non accadrà.

Là dove regna una cultura patriarcale con disuguaglianza di genere, l’idea della superiorità maschile sarà radicata e la donna sarà considerata un semplice oggetto in possesso dell’uomo, quindi controllato ed eventualmente punito in caso di ribellione.

In questi contesti culturali, all’uomo viene insegnato che la forza, la predominanza e il controllo sono le caratteristiche del vero maschio.

Il maltrattante

La personalità dell’uomo maltrattante è complessa. Prepotenza e possessività sono sottesi da una scarsa considerazione dei diritti della donna. Il timore della perdita e dell’abbandono generano panico e frustrazione difficili da gestire.

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Una gelosia subdola

Scatta un desiderio ossessivo di controllo della relazione che si manifesta con eccessi di gelosia.

Sono diverse le tipologie dell’uomo maltrattante, c’è il controllante che teme di perdere la propria autorità e dominio, pertanto, esercita un totale controllo su tutti i membri della famiglia.

Il difensore che vive come minacciosa l’autorità altrui e quindi si lega a donne in condizione di dipendenza.

L’uomo che ricerca approvazione per la propria autostima, per cui ogni minima critica scatena una reazione aggressiva.

L’incorporatore che tende ad instaurare un rapporto totalizzante e fusionale con la partner, il timore della perdita dell’oggetto d’amore viene infatti vissuta come catastrofica perdita del “sé”.

In tutti è costante una scarsa autostima, il maltrattante, minacciato dalla perdita del controllo, agisce con comportamenti violenti come punizione sulla vittima per ristabilire il proprio dominio.

Ma anche la personalità della donna maltrattata presenza caratteristiche che la contraddistinguono. Mite, accondiscendente, arriva presto ad una condizione psicologica di incapacità appresa.

La donna maltrattata

Dopo vari tentativi di trovare una soluzione, una via di fuga psicologica, tentativi che cadono tutti nella disillusione, apprende che non ci sono alternative. Si struttura, a tal punto, nell’intrapsichico una incapacità appresa che non le consente di riconoscere soluzioni anche quando esse si presentano.

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I protagonisti

La vittima, sottoposta ripetutamente ad atti di violenza, smette di cercare soluzioni, diventa vittima rassegnata ed inerte.

Ma la sua non è una rassegnazione, una accettazione rielaborata in termini psicologici. E’ una propensione alla vittimizzazione, vissuta come ruolo dominante del suo essere donna.

Ecco che si delinea la Sindrome della donna maltrattata caratterizzata da ansia, tristezza, paura, distacco sociale, alterata percezione del “sé”, senso di fallimento.

L’integrità della propria identità si frantuma. Il danno psichico è notevole, la donna si chiude in sé, non racconta, non denuncia, deve accettare il comportamento violento che ha modificato così radicalmente il suo “io”. Allora mette in atto uno dei meccanismi di difesa, quello che le è proprio, quello che ha appreso nella sua esperienza di vita.

Il più comune è la dissociazione, prende le distanze, diventa spettatrice, si dissocia dall’evento traumatico. Oppure la razionalizzazione, dà delle motivazioni razionali, giustifica l’evento “ …..fa così perché ha avuto tante esperienze negative, è stato tradito tante volte dalla sua ex….”.

L’ambiente sociale poi non aiuta. Quante volte la donna maltrattata che ha trovato, dopo tanta fatica, il coraggio di confidarsi con una amica o parente si è sentita rispondere “gli uomini sono fatti così, sei tu che non sai stare zitta”, oppure, “ti dico sempre di dargli ragione in quei momenti, così si calma”, oppure ancora “ha detto che ti avrebbe tolto di mezzo, non lo prendere sul serio”.

La donna trova quindi un muro di incomprensione che rafforza la bassa autostima, l’impotenza appresa, la vergogna. La donna si sente sola, incompresa, senza via di scampo in una gabbia di violenza gestita dall’uomo che amava.

Conclusioni

È urgente rompere la spirale della violenza prima che gli epiloghi tragici si compiano. E’ quindi utile l’ascolto con atteggiamento non giudicante, far sentire la vittima accolta e compresa, oltre a fornire un supporto psicologico, legale e logistico.

Ma anche il carnefice va aiutato, va educato al rispetto reciproco, alla gestione delle frustrazioni, fino al sostegno psicologico con riabilitazione ad un comportamento più idoneo non in linea con i concetti di machismo provenienti da una cultura patriarcale.

Bruno Matacchieri

Di Bruno Matacchieri

medico psichiatra, scrittore, esperto di opera lirica

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